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| Truman e il bandito Giuliano |
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di Giuseppe Casarrubea - antimafiaduemila.com
E’ molto curioso constatare come certe persone, anche di sinistra, piuttosto che concentrare le loro attenzioni sulle vittime delle stragi avvenute nella storia italiana, si interessino troppo spesso, al contrario, solo dei loro esecutori materiali.
E’ successo con la fiction televisiva “Il capo dei capi”, prodotto nel 2008, per raccontare alla gente la biografia di Totò Riina, o col film “Il Siciliano” di Michael Cimino (1987), per distorcere, in modo grave, la storia di Salvatore Giuliano, un bandito che aveva quattrocento fascicoli penali sulla testa e che per poco il regista non trasformava in tribuno del popolo. Su questi due estremi diversi di criminalità, il mafioso e il bandito, si sono scritti fiumi di inchiostro. Non per spiegare certe cause, come la loro lunga latitanza, ma per fare agiografia. Se ne può spiegare la ragione col fatto che i grandi criminali, esercitano il fascino dei leader negativi, e che gli italiani non sono un popolo che ama i santi, a parte padre Pio e i loro patroni.
I motivi sono un mistero e risiedono dentro un altro mistero: quello delle stragi e dei loro protettori, a cominciare dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947), realizzata in un contesto in cui agiscono spioni, sbirraglia, criminali e mascalzoni di ogni risma e di ogni tempo, ai più alti livelli.
E a proposito di Giuliano, tema del nostro discorso e di un giornale come il “Corriere della Sera” che ne ha trattato qualche giorno fa, occorre dire che certi intellettuali, giornalisti o studiosi sans façon che siano, si mettono la coscienza a posto, scrivendo più del bandito al soldo degli agrari, che delle sue frequentazioni politiche, a Palermo o a Roma. Preferiscono immaginarlo sulle montagne, come una figura arcadica del ‘700, attorniata da pecore e qualche aristocratico incipriato. Come se l’aristocrazia fosse apolitica e amante della natura e non una classe collusa prima col nazifascismo e dopo con i nuovi vincitori della guerra che diede origine alla nostra democrazia. Cosa che, come è ormai arcinoto, per primo fu descritta, come una sceneggiatura per un film surreale, da un ministro della Repubblica al quale il manganello piaceva molto, specie se usato contro i lavoratori: il ministro dell’Interno Mario Scelba.
Ma se certi comportamenti si possono spiegare (ma non giustificare) per un ministro dell’Interno, non altrettanto facile è la comprensione per una sinistra che scambia i tempi di Truman con quelli di Obama, nel tentativo di coprire con un velo pietoso le malefatte degli Usa. Gli americani non furono proprio degli angioletti quando sbarcarono in Sicilia e il loro modello di democrazia fu imposto col sangue, soprattutto dei comunisti. Ad intervenire furono chiamati personaggi che avevano acquisito una notevole dimestichezza con l’olio di ricino e i campi di sterminio, le stragi e le retate. Nazifascisti incalliti che non persero tempo a cambiare padrone e a mettersi sotto l’ombrello protettivo dei nuovi vincitori. Come dimostriamo, Cereghino ed io, in “Lupara nera”, uscito in questi giorni con Bompiani.
E’ altrettanto strano che certi giornalisti di destra, ex An, e certi personaggi di sinistra si incontrino in queste vedute scelbiane. Tuttavia, dati i tempi che corrono, c’è da aspettarsi di tutto, persino il rovesciamento della storia e della verità dei fatti. Il benevolo giudizio sui “ragazzi di Salò”, già espresso da Luciano Violante, fa da apripista a intese politiche che nulla hanno a che fare né col buon senso, né con la logica. L’intreccio tra criminalità eversiva e nazifascismo è del tutto ignorato perchè guasterebbe le feste a qualcuno. Perciò si ripete il vecchio clichè: il criminale va sbattuto in prima pagina; i manovratori vanno tenuti lontani da lui. L’obiettivo è mantenere separati i due piani: quello buono della politica e quello cattivo del mostro lombrosiano.
E il “Corsera” ce ne dà un esempio. Scopo: dimostrare che gli Usa non hanno mai avuto a che fare con la criminalità italiana, nè tanto meno con quella siciliana, per delitti di tipo politico. Il pretesto è un documento di mezza riga. Una nota dattiloscritta, datata 1 luglio 1947 con la quale la Casa Bianca trasmette una lettera che il bandito Giuliano manda a Truman il 12 maggio 1947, chiedendo non si sa bene cosa. Ma la lettera non è riprodotta. Nella noticina di accompagnamento l’addetto della Casa Bianca, M. C. Latta, scrive poche parole: “Respectfully referred to the Department of State”. Nient’altro. Una strana noticina. Dopo il nome dattiloscritto di Latta, non si legge alcuna firma ma un appunto manoscritto di traverso dove si rintracciano le cose riferite dal giornale. Cioè: “Archiviare, non dare seguito. Chi scrive è un criminale, brigante di strada che si atteggia a moderno Robin Hood”. Con una piccola differenza. Il giornalista ha letto “archive” ciò che invece si legge come “action”. E tra archiviare e agire c’è una bella differenza. In sostanza l’anonimo annotatore suggerisce di non fare nulla. Evidentemente sa chi rappresenta le recondite volontà Usa in Italia. Su questa materia ci sono camion di documenti sui quali in questa sede non voglio entrare. Mi basta semplicemente rilevare che quanto riprodotto dal giornale:1) è un testo dattiloscritto che accompagna una lettera di Giuliano non esibita dal giornale ma risalente a ben diciotto giorni prima che Latta scriva la sua noticina (1° luglio);
2) presenta un’annotazione a mano di fatto anonima;
3) porta in basso la firma “Giuliano Salvatore” che rappresenta un vero e proprio mistero. Giuliano infatti non firmava mai con cognome e nome, ma sempre col proprio cognome, spesso sottolineandolo;
4) la grafia è visibilmente diversa dall’annotazione.
Su un solo foglio di carta intestata alla White House di Washington ci sono dunque tre interventi di tre persone diverse, di cui l’ultima vuole forse imitare la firma di Giuliano. In ogni caso non si capisce cosa ci stia a fare quel nome, l’unico scritto a mano che si può leggere nel foglio, lì, a conclusione di uno scritto di fatto informale, nonostante il foglio sia incluso tra le carte Truman.
Fatte queste precisazioni, che Giuliano avesse scritto una o più lettere indirizzate a Truman è cosa da sempre nota. Ne parlavano persino i giornali dell’epoca. In occasione del 50° anniversario della strage di Portella ne avevo riportata fotograficamente una, in un catalogo di immagini dedicato al 1° maggio 1947.
Non si capisce, quindi, per quale ragione il “Corriere” scriva: “Rivelazioni. Una lettera fu amputata per accusare Washington di complicità con la strage di Portella”. Il giornalista non può ignorare che Giuliano chiese insistentemente armi al “Comando militare americano”, come si può notare nella lettera autografa che pubblichiamo. Di quale “amputazione” parla dunque? Ed ecco svelato il grande mistero. Ci sarebbe un’altra lettera di cui avevano riportato ampi stralci i “giornalisti comunisti” Vito Sansone e Gastone Ingrascì nel libro “Sei anni di banditismo in Sicilia” pubblicato nel 1950. La parte amputata sarebbe quella dove Giuliano scrive: “Non potevo avere aiuti da nessuno e tanto meno da quella America per la quale io lotto, poichè non mi è stato ancora possibile mettermi in relazione con il Governo Statunitense”. E qui affiorerebbe la solita manipolazione comunista, il complotto antiamericano. La parte mutilata negherebbe che Giuliano abbia avuto rapporti col governo degli Stati Uniti.
E’ l’esatto contrario. Giuliano afferma di non avere ricevuto aiuti dall’America e se ne duole, dandosene una spiegazione per lui irragionevole: non essergli stato possibile avere un rapporto diretto col governo americano. Intenzione che egli fa propria perchè evidentemente qualcuno gli ha detto che gli States sono il suo grande ombrello protettivo. Ma non a tal punto che un pubblico ufficiale della Casa Bianca si spinga a mettere per iscritto il consenso politico-eversivo e paramilitare al “ criminal highwayman” monteleprino. I servizi di intelligence sanno benissimo chi è e come lo devono trattare già dal 2 gennaio 1944, quando la fonte Z dell’Oss scrive che a Montelepre c’è un tipo “dal carattere forte e determinato” che non si lascia posare la mosca sul naso. E’ piuttosto il bandito esaltato che cerca il rapporto col numero uno della Casa Bianca a fingere di non saperlo tentando di fare salva la pelle dopo la strage di Portella. Nessuno infatti immagina che Truman si metta a dare risposte scritte, vergate di suo pugno, a un elemento di quella razza. Ma questi, al contrario, da megalomane, si sente un capo di Stato, pretende che la Casa Bianca o il Comando militare americano, si mettano in contatto con lui. In piccolo il bandito ripete quello che aveva fatto col procuratore della Repubblica di Palermo Emanuele Pili: “Eccellenza –gli aveva scritto– se vuole posso riceverla quando vuole, mi farà piacere”. Una mente deviata facilmente manovrabile che realmente intende combattere “la canea dei rossi”. Specie dopo il fallimento della Rsi e la sconfitta del nazifascismo, nel cui vortice entra con la sua cultura da terza elementare.
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