Venerdì, Settembre 03, 2010
   
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La felicità e il consumo

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consumismodi Mario Benedetti, scrittore uruguaiano (1920-2009)

C’è una certa morbosità in questa pulsione a consumare sempre di più, ed esiste il pericolo che un individuo pervaso dal proprio bisogno di consumare non risolva il problema della propria passività, del proprio vuoto interiore, dell’ansia e della depressione che nascono dal non riuscire a dare senso alla propria vita.

 

L’antico testamento afferma che il peggior peccato degli ebrei è stato di vivere senza gioia nell’abbondanza. Io temo si possa affermare che anche oggi benché si vivano molte esperienze piacevoli e eccitanti si provi ben poca gioia in tutta quest’abbondanza.

 

Anche il concetto di felicità è legato al consumo, se volessimo affrontare  il tema da un punto di vista filosofico dovremmo risalire all’essenza e  alla psicologia dell’Illuminismo.

 

Se però oggi chiediamo a una persona che cosa alla fine la rende felice, la risposta sarà che la felicità è potersi permettere tutto quanto si desidera, questo è il concetto di felicità più popolare e probabilmente più diffuso tra gli uomini, che sul consumo si fonda non soltanto la libertà ma anche la felicità, e l’unico ostacolo su questa via è di non possedere denaro sufficiente per consumare tutto ciò che si vorrebbe consumare, ma consumare non rende felici anche se la maggior parte degli uomini ritengono che sarebbero più felici se il loro tenore di vita fosse più alto.

 

Molte inchieste, ma anche un semplice sguardo intorno a noi ,dimostrano che così non è. L’uomo è felice quando mette in azione le proprie forze, quando sperimenta se stesso come persona attiva nel mondo.


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