Venerdì, Settembre 03, 2010
   
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La grande redistribuzione a tasso zero, come preparare la catastrofe

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tortadi Enrico Guado - Megachip

Con l’ultima mossa di Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Usa, è stato spedito un messaggio incontrovertibile a tutto il mondo: tagliare il costo del denaro fino a eliminare, o quasi, il tasso di interesse significa mettersi con le spalle al muro.



I banchieri centrali statunitensi hanno fatto tutto ciò che era possibile. Ora tocca ai governi e ai Parlamenti.
Se si sveneranno per salvare le banche e le industrie, la crisi avrà un impatto duro, ma probabilmente non catastrofico. Se invece resisteranno, gli effetti potrebbero essere incalcolabili.
Segnali analoghi sono giunti dal Financial Stability Forum, dove Mario Draghi ha detto che per attutire la crisi occorre fare di più.

Se si guarda a questi eventi con un minimo di freddezza si possono indicare quali sono i fatti e quali potranno essere le conseguenze.

1. Il dividendo trimestrale è stato negli ultimi lustri la variabile indipendente sulla quale si è basata tutta l’economia.

2. Ciò ha prodotto due effetti: una fortissima redistribuzione del reddito a favore dei ceti che hanno potuto gestire l’attività finanziaria e decidere i propri prezzi (manager, banchieri, operatori di mercato, consulenti, azionisti consapevoli, ma anche detentori di posizioni di forza nei servizi ) e a sfavore dei produttori materiali dei beni; la ricerca spasmodica di forzare gli affari con ogni mezzo, dall’uso spregiudicato ( diciamo così) della leva finanziaria (per esempio, la costruzione piramidale realizzata a partire dai mutui subprime) fino alla fortissima pressione per l’induzione ai consumi.

3. Ora che la crisi ha reso visibili i meccanismi di questa lunga fase di ristrutturazione gerarchica della società (una gerarchizzazione che ha ri-portato ai ceti affluenti il potere logorato dalle conquiste dei lavoratori, dai diritti sociali, dal welfare), la risposta da dare alla crisi per evitare guai peggiori è quella che il capitalismo ha imparato dall’esperienza vissuta nelle drammatiche convulsioni del passato:

a)
socializzazione delle perdite (salvataggio delle banche, nazionalizzazione totale o parziale delle industrie in difficoltà, finanziamenti a pioggia);
b) lavori pubblici;
c) nuova austerità per i ceti meno abbienti (i denari dello Stato servono per finanziare infrastrutture e salvare le imprese);
d) tendenza alla difesa di qualsiasi produzione industriale.

4. Solo che tra la crisi di oggi e quelle del passato c’è la scoperta ormai evidente della saturazione del pianeta. Gli economisti continuano a considerare la Terra come un reddito e invece è un patrimonio che stiamo nemmeno tanto lentamente consumando.

5. Risultato: viene ri-nascosto il problema della sopravvivenza della specie, pur di evitare che il meccanismo della produzione senza fine e senza limite si inceppi, pur di evitare di mettere alle strette coloro che questo disastro hanno provocato. Così, per salvare l’economia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è stata seguita la ricetta tecnica conosciuta. A cominciare proprio dall’immissione di una quantità enorme di denaro liquido a basso costo, anzi a costo zero.

6. Tutto ciò potrà evitare un impatto ancora più drammatico, a breve termine, della crisi su occupazione, consumi. Ma pone anche un enorme problema per il futuro e crea anche i presupposti per una nuova crisi futura. Appena l’economia mostrerà i primi, deboli segnali di ripresa, tutta la liquidità immessa in giro per il mondo potrebbe trasformarsi in un potentissimo detonatore per l’inflazione.

7. Così, dopo aver pagato con le tasse, con la perdita del posto di lavoro, con i risparmi su salari, stipendi e compensi, i ceti meno abbienti non solo rischiano di subire le ripercussioni di un modello di sviluppo insostenibile, ma anche di pagare un’altra volta il costo della crisi con la perdita del loro potere di acquisto.

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