Domenica, Agosto 01, 2010
   
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Gli incendiari delle banche centrali accelerano l'iperinflazione

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La vertiginosa rapidità con cui la City di Londra cola a picco, trascinando l'intera economia britannica (fondata sui servizi finanziari) in una spirale deflazionistica è tale che nel gabinetto di guerra di Sua Maestà si sta decidendo di accelerare la spinta iperinflazionistica e costringere il resto del mondo a comportarsi alla stregua degli incendiari britannici.

Il 4 dicembre, la BCE e la Banca d'Inghilterra hanno tagliato nuovamente i tassi, annunciando al contempo di essere pronte a ulteriori misure reflazionistiche, e cioè stampare denaro direttamente. Negli ambienti finanziari britannici questa viene chiamata "l'opzione nucleare".

Con un taglio dell'1 per cento, la Bank of England ha portato il tasso al 2%, che corrisponde al tasso di inflazione programmata. Quindi il tasso britannico ufficiale è virtualmente zero. Ora può solo andare sottozero. Contemporaneamente la BCE ha abbassato il tasso di 0.75 punti, portandolo allo 2,5 per cento – molto vicino allo zero virtuale dato che l'inflazione programmata di Eurolandia si avvicina al due per cento (ma visto che la BCE non ne ha mai azzeccata una, sarà sicuramente superiore). Anche qui siamo vicini alla fine del palo.

La cosa più significativa, però, è che la BoE ha accompagnato la decisione con una dichiarazione in cui si afferma che la riduzione dei tassi non servirà a niente. "È improbabile – recita il comunicato – che il volume dei prestiti bancari torni ad un livello normale senza ulteriori misure". Ergo, serve qualcos'altro. Ma una volta azzerati i tassi, non resta che l'"opzione nucleare". Dal canto suo, il governatore della BCE, Jean-Claude Trichet, quando gli è stata posta direttamente la domanda, ha risposto: pompieri dollari"Considereremo ciò che è appropriato in ogni momento. Se necessario, saranno prese nuove decisioni".

La BoE "sta valutando l'opportunità di premere il bottone della stampante, adottando la cosiddetta politica di quantitative easing" (che letteralmente significa allentamento quantitativo ma, in sostanza, ultima spiaggia), ha scritto il Daily Telegraph il 6 dicembre. "Le misure in considerazione includono l'acquisto diretto di titoli, ad esempio di debito pubblico o di investimenti commerciali, da parte della banca centrale o del Tesoro, oppure aumentare il bilancio della banca centrale, un modo per pompare liquidità aggiuntiva nel settore bancario".

La fazione che preme per l'"opzione nucleare" è ben consapevole che ciò provocherà iperinflazione. Ambrose Evans-Pritchard, che da sempre si è fatto portavoce della politica di "salvare il sistema a tutti i costi", ha scritto sul Telegraph: "La politica [di quantitative easing] lascia dietro di sé un lago di liquidità. C'è il pericolo che esso allaghi il sistema una volta sbloccati i condotti del credito. L'economia potrebbe bruscamente volgersi dalla deflazione all'iperinflazione". Ciononostante Evans-Pritchard, una volta ricordato che la Federal Reserve ha da tempo premuto il "bottone nucleare", e la scorsa settimana ha iniziato ad acquistare direttamente titoli immobiliari, si è augurato che la Banca d'Inghilterra "prima straccia il suo libro delle regole e si prepara a seguire il copione di Bernanke, e più saranno le chances che eviteremo di schiantarci al suolo".

Lo stesso vale per la BCE. "Il Trattato di Maastricht", insiste Pritchard, "proibisce alla BCE di iniettare stimoli acquistando debito pubblico dei quindici stati dell'Eurozona – un metodo noto come 'monetizzare il deficit' o, più crudamente, 'stampare denaro'. Ma essa può ottenere lo stesso risultato rastrellando sul mercato aperto titoli di stato, cartolarizzazioni immobiliari o persino obbligazioni societarie, come ha già cominciato a fare la Fed. Al momento, la BCE accetta alcuni titoli come collaterale in cambio di prestiti, ma non ha ancora premuto il bottone nucleare acquistandoli direttamente con denaro stampato di fresco". 

Aggiornamento del 14 dicembre 2008
In merito all’articolo, riportiamo un commento inviatoci da Alessandro Cisilin:

Crisi, è ufficiale: la sinistra si è rincoglionita

Crollo dell'economia reale strozzata dagli istituti di credito e dalle banche centrali. Tornano gli aiuti di Stato, vituperati da anni di idolatria delle “privatizzazioni”, del “contenimento” salariale e dei “tagli necessari” al welfare. La crisi, con le sue evidenti determinanti, avrebbe almeno il potenziale di riunire la sinistra a rivendicare, senza ombra di smentita, che “avevamo ragione noi”. Invece no e, al culmine di vent'anni di evanescenti autocritiche, si cede la bandiera “statalista” a Tremonti e, per contrasto, perfino da questo sito si cade su un nuovo dietrofront andando a ripescare, udite udite, la politica monetaria restrittiva della Reaganomics.

Megachip è un eccezionale spazio di pluralismo mediatico e Movisol, da cui è tratto il pezzo in questione, è un meritevole movimento per i diritti civili. L'“allarme” che viene lanciato ha però stavolta i colori del clamoroso abbaglio. Si paventa un ribasso dei tassi da parte delle banche centrali, a partire dalla nostra a Francoforte, che produrrebbe un effetto di “iperinflazione”.

Ebbene, più che un'analisi di un gruppo di solidarietà internazionale, sembra di leggere un bollettino della Banca Centrale Europea. Ora, sono state abbondantemente denunciate le responsabilità dei passati vertici della Federal Reserve nella crisi dei mutui, con appelli a indebitarsi alla vigilia di rialzi dei tassi. Praticamente nulla si è però scritto sulla non meno criminosa miopia messa in atto negli ultimi anni dall'Istituto di Francoforte. Di più, la “prudenza” mostrata fino a poco fa dalla Banca Centrale (corsa in enorme ritardo ai ripari coi primi ribassi) ha ricevuto addirittura il plauso di corsivisti della sinistra radicale, proprio in quanto di segno opposto rispetto alle recenti politiche espansive d'oltreoceano e alle timide sollecitazioni di qualche governo europeo.

Che cosa diceva Francoforte fino a qualche settimana fa? Diceva che la crescita europea era fin troppo sostenuta, meritando progressivi rialzi dei tassi a detrimento del debito di famiglie e imprese, nonché ripetuti moniti a non incrementare il potere d'acquisto dei loro salari. Il nemico numero uno, spiegava il signor Trichet, era l'inflazione. Come se l'ascesa dei prezzi fosse determinata in questi anni da un eccesso di domanda, anziché da fattori esogeni quali il petrolio alle stelle, i rialzi sulle materie prime, per non parlare delle speculazioni italiane sull'Euro.

E' drammatico quanto l'ideologismo liberista, che da decenni pervade incontrastato i governi, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le agenzie di rating, persista a imporre al mondo la penalizzazione delle condizioni lavorative e lo smembramento dello stato sociale, confondendo le cause della crisi coi loro effetti. Ed è ancor più drammatico che tale confusione sia fatta propria anche da parte della sinistra e dell'associazionismo. Movisol parla della “vertiginosa rapidità con cui la City di Londra cola a picco, trascinando l'intera economia britannica”.

Tra un salotto e l'altro, quasi nessun intellettuale ad accorgersi fino all'altroieri del preesistente impoverimento della popolazione e dello scarto dilagante tra ricchissimi e nullatenenti. E quasi tutti a pensare che la crisi borsistica nasca da chissà quali speculazioni, e non dal fatto stesso che la gente ha il portafoglio vuoto. Ci si è rincretiniti al punto da ritenere che il benessere popolare dipenda dai decimali del Dow Jones, del Mibtel o anche del dato assoluto del Pil, senza accorgersi che in ultima istanza la causalità è esattamente l'opposta. Si identifica la situazione di tutti coi dividendi di pochissimi, e si parla di “crisi” solo quando sono loro ad avere qualche problema.

Non c'è bisogno di sorprendenti alchimie, di nuove idee, di raduni Facebook. Per capire questa crisi e per uscirne, basta spegnere qualche ora il monitor e rileggersi un po' di Marx o di Keynes, o anche solo ricordarsi di come si stava e di quel che facevano le socialdemocrazie europee prima del Grande Rincoglionimento. I segni della rivolta sociale sono ovunque. Speriamo se ne accorga anche la sinistra.

Alessandro Cisilin

Risposta di Pino Cabras

Caro Cisilin,

nel tuo commento riconosci che Megachip è un «eccezionale spazio di pluralismo mediatico». Il che significa che su tanti temi cerchiamo di far conoscere punti di vista diversi, che non necessariamente dobbiamo condividere. Il Movimento Solidarietà, ad esempio, ha un’idea dell’economia che ha in sospetto qualsiasi concetto di “decrescita”, e quindi fa riferimento a un paradigma lontano da quello che cerchiamo di analizzare qui, dove non vogliamo perdere molto tempo con certe vecchie idee “sviluppiste”.

Malgrado ciò, questo articolo sul rischio dell’iper-inflazione meritava una certa attenzione. Di sicuro non lo leggerei nei termini che hai usato, come se fosse un testo filo-BCE o addirittura reaganiano. Né mi pare che si tratti delle lamentele di autori vicini alle esigenze della City o di Wall Street, tutt’altro.

Sebbene ora si sia ampiamente superata la soglia della crisi di liquidità, e si prospetti una ben peggiore crisi di insolvenza, e nonostante siano in atto chiare tendenze deflazionistiche, con tutti i pericoli che comportano, il rischio dell’iper-inflazione non è affatto scongiurato. Non è detto che accada, ma non è facile prevedere. Non stiamo mica vivendo tempi normali.

Jim Bianco (della Bianco Research) ha fatto un
calcolo curioso: riportando in valori attuali le spese per progetti straordinari sborsate dagli Stati Uniti nel corso di oltre duecento anni, la loro somma risulta comunque inferiore ai fondi impegnati soltanto negli ultimi tre mesi. In altre parole i vari bailout di questi mesi sono costati più della somma dell’acquisto della Louisiana dalla Francia di Napoleone, del New Deal, del Piano Marshall, della Conquista della Luna, di tutto il budget storico della NASA, delle guerre di Corea, Vietnam e Iraq, del salvataggio delle Casse di risparmio degli anni ottanta. Duecento anni in tre mesi. Nel salvare banche e assicurazioni, nel comprare attivi tossici, nel ricapitalizzare questo e quello, ad acquistare mutui ormai insolventi, a prestare denaro alle banche che non praticano più il prestito interbancario, gli Stati Uniti hanno impegnato 8.500 miliardi, ovvero 8,5 milioni di milioni di dollari. Quasi la metà ormai concretamente spesi. Soldi creati dal nulla.

Non so se significhi qualcosa il fatto che questa cifra superi il 60% del PIL statunitense.

Credo però che siamo fuori da qualsiasi schema, da qualsivoglia manuale di economia, da ogni appoggio fornito da un precedente paragonabile.

Non credo però che tu abbia centrato del tutto il problema quando affermi che sia sbagliato pensare che «la crisi borsistica nasca da chissà quali speculazioni, e non dal fatto stesso che la gente ha il portafoglio vuoto.» I riflessi sono sistemici, e la preoccupazione per il collasso non nasce da una simpatia per i pescecani della finanza, ma dalla consapevolezza che le conseguenze si trasmetteranno a tutti i settori, a tutti i ceti e a tutte le aree geografiche. La distruzione delle regole aveva consegnato il sistema finanziario e l’economia agli speculatori. Un proverbio sardo dice che un sacco vuoto non rimane in piedi. Lo possiamo dire per la vicenda ormai agli sgoccioli degli strumenti derivati.

Ah, questi derivati! Se ne sa così poco, in giro, ma sono sicuro che i mass media, quando fra un po’ sarà già scoppiato tutto, saranno pieni di articoli che tenteranno di spiegarli. Penso ai dati sbalorditivi che ha fornito la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, oppure le cifre impressionanti che ha tirato fuori l’agenzia americana che si occupa di monitoraggio monetario, Comptroller of the Currency.

I dati ufficiali ci dicono che il valore nozionale dei derivati finanziari - ossia futures, options, swaps, tutta la materia cosiddetta “
Over the Counter” (OTC) in gestione fuori dai bilanci - era passato dai 220mila miliardi di dollari di giugno 2004 a 516mila miliardi di giugno 2007! Quant’era gonfia, questa rana che si espandeva così tanto? È 10 volte il PIL di tutto il mondo. Questa follia non tendeva a fermarsi. Nei primi mesi del 2008 i derivati sono cresciuti ancora più velocemente che nel recente passato.

E questo avveniva mentre l’economia statunitense era già in recessione e quella mondiale si era impaludata (anche se i media lo nascondevano). Per ogni barile “vero” di greggio estratto dai pozzi, sulle borse petrolifere qualcuno firmava dei “futures” sui “barili di carta” per centinaia di volte. E questo ha avuto un effetto enorme su quel ceto medio che subiva i prezzi del distributore. Pura speculazione. Che si manifestava anche in altri settori. Il nesso fra speculazioni e impoverimento è stato dunque più complesso di quello che prospetti.

Condivido il tuo senso di scandalo per il fatto che tutto questo sia stato scialacquato non per favorire piani di ricerca e sviluppo (ad esempio per l’indipendenza energetica), né per infrastrutture e servizi utili al bene comune, bensì per tentare disperatamente di tutelare e garantire un qualche status quo della superclasse globale che ha costruito l’economia della truffa. Uno status quo che non ha futuro e che occorrerà riformare. Con quali soggetti?

Certo non con la sinistra attuale, almeno finché perdurano le sue attuali disperate condizioni. Purtroppo non posso che condividere la tua insoddisfazione rispetto all’inadeguatezza delle risposte della sinistra europea. I pericoli sono enormi. Negli anni trenta di fronte alla crisi di allora, chi era socialista fu sconfitto da chi era nazionalsocialista. La crisi di oggi è appena agli esordi, e sarà durissima.

Quindi è bene leggere i classici, è bene non svendere idee ed esperienze, è altrettanto bene cercare di ricostruire una visione delle cose che federi movimenti e istanze sociali diffuse. Ma oltre a questa lettura servono molta informazione e voci plurali, attente ai rischi inediti che stiamo per fronteggiare.

Pino Cabras

 


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