Domenica, Agosto 01, 2010
   
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NATO e Giordania in Afghanistan. Una collaborazione debole

Guerra e verità

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king_abdallahdi Marta Bellingreri.

AMMAN - Potrebbe apparire una notizia come un'altra : la Nato chiede alla Giordania di addestrare la polizia afghana. L'amicizia tra i due paesi, Giordania e Stati Uniti; il sostanziale e indispensabile sostegno economico della superpotenza al quarto paese più povero d'acqua al mondo; le visite e i colloqui per i discussi e discutibili negoziati dell'aspro conflitto israelo-palestinese che si ripetono a scadenze settimanali,

 

ultimo per esempio l'incontro di giovedì 11 marzo del vice presidente Usa, Joseph Biden, con re Abdullah II ; le condanne giordane alla politica degli insediamenti israeliani unitamente condivise dagli inviati in Medio Oriente americani. E la visita del Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, domenica 7 marzo 2010, la prima visita a uno dei paesi partner nel quadro del Mediterrean Dialogue.

Nella sua prima visita ufficiale ad Amman, durante la conferenza organizzata dal Jordan Institute of Diplomacy e dalla Nato stessa, il Segretario Generale ha lodato la grande reputazione militare giordana, citando il contributo fornito tanto al personale militare iracheno e alle sue forze di polizia, quanto alle forze di sicurezze nazionali afghane.

Ma ai ringraziamenti americani nello sforzo condiviso della «lotta al terrore» , corroborati poi dall'incoraggiamento di Rasmussen a tutti i paesi musulmani affinché si uniscano ai due paesi per combattere tali visioni distorte dell'Islam, ha da tempo fatto seguito una certa perplessità ,se non ostilità, della voce pubblica giordana. Se non specificamente islamista. “Che cosa ci fa la Giordania in Afghanistan?”

E' stato questo l'interrogativo di stampa e vulgus alla notizia della morte di un soldato giordano nell'attentato a sette agenti della Cia del 30 dicembre 2009 nella base americana a Khost, in Afghanistan. A distanza di qualche giorno dalle esequie solenni del soldato morto sul fronte afghano per una poco chiarita “missione umanitaria”, il sovrano aveva dichiarato il ruolo attivo della Giordania nella lotta al terrore in difesa della sicurezza nazionale e dell'«ortodossia dell'Islam».

La questione si era infatti complicata e arricchita di particolari: l'attentatore suicida era anch'esso giordano , ma non si trovava lì per caso. In una presumibilmente congiunta intesa tra l'intelligence giordana e quella americana, l'imprevedibile attentatore, al-Balawi, era stato reclutato per infiltrare le alte gerarchie di al-Qa‛ida. Ma la fede islamica nella sua versione estremista ha prevalso sul suo incarico. E si è reso responsabile del più grande attentato degli ultimi anni verso una base americana. Per cui “lavorava”.

Probabilmente le ragioni del finto collaboratore - che in quanto terrorista invece, con altro nome, aveva un suo percorso ben definito - sarebbero alla base della perplessità e ostilità giordana sul coinvolgimento di un paese musulmano, il regno hashemita, nella lotta contro i propri “fratelli nella fede”: gli ancorché estremisti attentatori afghani.

Come se non bastasse, a due mesi dallo sconvolgimento che dall'attentato in poi si era prodotto, al-Balawi è tornato ad apparire con un suo video pubblicato domenica 28 febbraio, in cui con in una sorta di testamento, dichiarava di stare per compiere la sua vendetta verso gli Stati Uniti e verso la Giordania, che avrebbero cercato di corromperlo. Ancora una volta quindi il regno giordano imbarazzato smentisce un suo coinvolgimento in omicidi di cui al-Balawi in questo video avrebbe dichiarato parzialmente  responsabile l'intelligence giordana. Ne era quantomeno a conoscenza?

Se il dottore giordano, sposato alla donna turca autrice del libro “Osama Bin laden, Che Guevara of the East”, si lascia esplodere in Afghanistan, “sensibilizzando” così il suo paese natale su una tematica ancora sconosciuta , e tutt'oggi forse misteriosa, quale è la presenza giordana in Afghanistan, le pur moderate reazioni giordane non si lasciano attendere: l'Islamic Action Front, ala politica dei Fratelli Musulmani del paese, aveva ai  tempi dell'attentato incitato il suo governo a “non disperdere le energie in Afghanistan e concentrarsi sulla questione di Gerusalemme”. Adesso forse , quando Gerusalemme brucia del fuoco della polizia israeliana ormai da tre venerdì consecutivi, davvero le richieste della Nato alla Giordania e le sue possibili implicazioni passano quasi inosservate.

L'Islamic Action Front non ha mancato di portare la sua solidarietà alla Città Santa, riunendosi di venerdì in nome dell'auspicata capitale palestinese, seconda città santa per l'Islam dopo la Mecca.  Ma nonostante le diverse forme e presenze di solidarietà dei fratelli e dei “Fratelli”, oltre che a Gerusalemme, il fuoco a Kabul non si è mai fermato.

 


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Riso Amaro

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