Domenica, Agosto 01, 2010
   
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La reazione giordana all'ebraizzazione dei luoghi santi

Guerra e verità

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insediamenti_ebraicidi Marta Bellingreri.

AMMAN - A più di due settimane dall’annuncio da parte del governo israeliano sull’inclusione delle moschee di Bilal a Betlemme e la moschea di Abramo a Hebron nel “patrimonio storico ebraico” - seguito dalla voce critica del ministro dell’Informazione giordano, Nabil Sharif, contro “simili provvedimenti unilaterali” che la Giordania rifiuta in toto - continuano gli scontri

 

tra polizia e esercito israeliano e i fedeli musulmani nella spianata della moschea al-Aqsa a Gerusalemme, parallelamente a più giornate di disordini ad Hebron.

Nel frattempo però la voce diretta dell’Autorità giordana - la monarchia hashemita discendente della famiglia del Profeta Maometto, protettrice in quanto tale dei luoghi santi musulmani qual è la moschea di al-Aqsa - si è via via affievolita. Nonostante il 7 marzo le autorità giordane abbiano ribadito nell’incontro con il segretario generale della Nato Rasmussen l’importanza della soluzione di due Stati nel processo di pace (ora in fase critica ed esposto a evoluzioni violente) nessuna dichiarazione ufficiale ha seguito gli scontri di venerdì 5 marzo, in cui 60 persone tra palestinesi e forze israeliane sono rimaste ferite.

Non manca invece, ora come ai tempi dell’annuncio israeliano, la reazione da parte dell’Islamic Action Front, il partito politico dei Fratelli Musulmani giordani, che proprio venerdì si trovava riunito per manifestare contro la decisione israeliana di appropriarsi dei siti musulmani santi chiamati dagli ebrei la tomba di Rachele, la moschea a Betlemme, e la tomba dei Patriarchi, la moschea di Hebron. Gli islamisti giordani durante la manifestazione di protesta hanno fatto appello ai palestinesi per una terza Intifada per difendere i luoghi santi, mentre al governo hanno chiesto di interrompere le relazioni diplomatiche con Israele.

Ad annuncio israeliano appena declamato, il Ministro dell’Informazione Sharif aveva condannato le politiche israeliane mirate a modificare i simboli storici e religiosi in Palestina come una “violazione del diritto internazionale”, sottolineando poi come tali misure giungono nella fase critica delle trattative, in cui da più parti ci si adopera per riprendere i negoziati.

All’idea di pacificazione della regione con la soluzione in due stati auspicata dal governo giordano si contrappongono minacciosamente le provocazioni dell’esercito israeliano, come quella del 28 febbraio, quando le forze armate di Netanyahu hanno preso possesso della Moschea di al-Aqsa permettendo l’ingresso nella Spianata santa di sionisti estremisti che si sono ritrovati in diretto confronto con i fedeli musulmani. In quanto referente del governo giordano, Sharif era intervenuto accompagnando le sue dichiarazioni con un’azione diplomatica sotto la supervisione diretta di re Abdullah II, volta a muovere rapidamente gli israeliani dall’area della moschea.

Gli sforzi diplomatici di Amman tramite l’ambasciata giordana di Tel Aviv sembrano aver raggiunto lo scopo: l’uscita delle divise con la stella di David dal complesso monumentale santo e la riapertura delle porte per i fedeli.

Abdullah ha ribadito la sua posizione anche in successivi incontri con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e con il senatore statunitense John Kerry in visita ad Amman, riconoscendo un ruolo importante agli Stati Uniti nella ripresa dei negoziati. L’8 marzo l’inviato americano in Medio Oriente Mitchell ha potuto annunciare una ripresa indiretta dei negoziati che dovrebbero poter condurre a una futura trattativa bilaterale tra Ramallah e Tel Aviv. Notizia alla quale i movimenti politici e di resistenza palestinese oppongono il loro rifiuto, ritenendo gli ultimi sviluppi un passo ancora una volta a discapito della causa palestinese, visto che Israele indugia nelle proprie violazioni del diritto internazionale, protetto a livello internazionale dalla sicurezza e dal calore che la parola «negoziati» provoca.

In un contesto in cui anche l’Onu non nasconde la sua preoccupazione per i passi incauti ma sempre risoluti dello Stato Ebraico, il re di Giordania tesse una tela diplomatica essenziale per tenere aperta la causa palestinese. In assenza di una soluzione contemplante due Stati - uno palestinese, uno ebraico – la monarchia hashemita avrebbe di fronte la  temuta “opzione giordana” che includerebbe i quattro milioni di palestinesi della Cisgiordania nel suo regno, dove già i palestinesi formano il 60% della popolazione.

Ma evidentemente gli incontri diplomatici con le sue promettenti dichiarazioni non bastano. La diffusa sete di giustizia e rispetto fra i fedeli musulmani trova parole d’ordine e sbocchi politici nei movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani.

 


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Riso Amaro

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