di Davide Pelanda - Megachip.
Prove tecniche di modello autoritario? Sembrerebbe proprio così. A dirla tutta con le parole del giornale online “Site.it” l’Abruzzo «è un gigantesco laboratorio dove, con il pretesto dell’emergenza, il Dipartimento di Protezione Civile sperimenta, sulla pelle di decine di migliaia di persone, un moderno modello autoritario».
Proviamo a capire il perché di questa pesante affermazione che abbiamo raccolto. Che non pare essere solo un dubbio…
Dunque da una parte c’è un terremoto che, dopo parecchi avvertimenti nell’autunno 2008, si è scatenato nella notte del 6 aprile 2009. E sono oltre sei mesi che un’intera popolazione - fra L’Aquila e i comuni limitrofi - vive in tendoni da campo, senza casa, con la promessa di averne poi una.
Le scelte che avevano i cittadini terremotati erano: lasciare la città per andare negli alberghi della costa (alcuni dei quali distanti anche 60-70 chilometri) oppure rimanere in aree di ricovero dove l’assistenza non mancava di certo (appunto nei tendoni), oppure ancora accettare cento euro mensili di autonoma sistemazione con l’illusione, un domani, di ricevere un alloggio del piano C.A.S.E. a settembre 2009. Cosa che per almeno 6 mila persone (se non di più) non è stata.
Per chi è andato negli alberghi al mare, si è assistito ad una vera e propria deportazione, a uno sradicamento delle persone dal proprio tessuto sociale (certuni sono dovuti andare anche fino a Teramo), pendolari forzati con bus-navetta per recarsi a lavorare - per quel poco che si può ancora fare - a L’Aquila. Una soluzione questa semplicemente inaccettabile anche per chi ha iscritto i propri figli a scuola nel capoluogo.
Per chi invece ha sperato nella casetta promessa, ha dovuto sottostare molto spesso alla compilazione di una miriade di moduli e modulini per una sorta di censimento, come se esistessero terremotati di serie A e serie B. Vien da chiedersi: ma i terremotati non sono tutti uguali? Forse che tutti hanno diritto ad avere una casa dove vivere? Anche perché molte delle abitazioni colpite dal sisma a L’Aquila necessiterebbero di una risistemazione e ristrutturazione, solo se le autorità intervenissero. Invece sempre il giornale “Site.it” ci informa che «a 6 mesi dal sisma, nulla è stato fatto, nemmeno la rimozione delle macerie – e non si è avviata neanche la ricostruzione leggera, così altre decine di migliaia di persone non sanno come e quando rientreranno nelle loro abitazioni».
C’è anche chi ha provveduto a fare da sé, costruendosi nel proprio orticello davanti alla casa distrutta una sorta di chalet in legno. Questi sono i cosiddetti “fantasmi”, non sono cioè stati censiti da nessuno. Così come adesso le persone cominciano autonomamente a vivere nei camper. In barba a qualunque censimento.
Le “new town”, ovvero come disgregare una comunità
Lo svuotamento di una intera città come L’Aquila non ha decisamente nessun precedente storico che si ricordi in un terremoto. E’ successo solo qui: in poche ore tutti i cittadini sono sfollati, e la città è divenuta un luogo spettrale, non più vissuta dai cittadini. Ed è ciò che dicevamo all’inizio, si sperimenta. Cioè «si sperimenta come abbandonare una intera città sostituendola con decine di piccole “new town” disperse in un territorio privato del suo baricentro. Si sperimenta come disgregare una comunità disperdendola a decine di chilometri di distanza dai luoghi di origine o rimescolandola in nuovi aggregati con le “graduatorie a punti”».
Sembra di assistere impotenti a un’assenza di democrazia, complice la paura e il disorientamento della popolazione terremotata, indifesa, incapace di reagire e ribellarsi, anche perché facilmente ricattabile.
Sono «le forme e i meccanismi che hanno portato alla sospensione dello Stato di diritto – almeno per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi – quasi su una intera provincia e se è successo qui, con qualche aggiustamento, può succedere in qualsiasi altra parte d’Italia».
Il Metodo “Augustus” della Protezione Civile
A rafforzare questa sensazione è il sistema adottato dalla Protezione Civile: nulla è stato deciso assieme alla popolazione, essa non è stata protagonista di nulla riguardo alla propria vita futura, alla propria condizione ed alla ricostruzione de L’Aquila e dei paesi della provincia.
Il tutto è scritto nel cosiddetto “Metodo Augustus”, derivante dal nome dell’Imperatore romano Augusto. Si tratta di un documento sulla pianificazione delle emergenze progettato dal geologo Elvezio Galanti, e riconosciuto dalla legge 225/92, documento che si può trovare sul sito internet dell’ISPRO, cioè dell’Istituto studi e ricerche su Protezione civile e Difesa civile.
In esso si può leggere che «La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi (…) Se la sua controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite. (…) Un chiaro piano di comunicazione (…) permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri. (…) E’ inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata in generale, in maniera corretta».
Il primo impatto con questo scritto ci ricorda tempi tristi, un rimando al passato autoritario di vecchia memoria: chi ha orecchie per intendere intenda! Certo che applicare questo ai terremotati aquilani ha voluto dire, ad esempio, che il dissenso viene del tutto minimizzato, contrastato o ignorato: è successo durante la consegna delle casette in legno a Onna (realizzate per onor del vero dalla Provincia di Trento con i fondi della Croce Rossa) dove un gruppetto di persone contestava Berlusconi e Bertolaso, il tutto è stato mediaticamente ignorato.
Oppure la stessa Protezione Civile ha messo dei filtri ai giornalisti che, per operare e raccontare i fatti in loco, debbono accreditarsi presso un Ufficio Stampa del Dipartimento di Comando e Controllo della Protezione Civile: vengono seguiti e controllati di continuo senza essere liberi di intervistare chiunque, arrivando alla quasi impossibilità di muoversi se non si è “embedded”, intruppati e guidati nella produzione di filmati o articoli.
Nel Metodo “Augustus” si dice infatti che è importante affidarsi a giornalisti di fiducia, una strategia di comunicazione ben architettata di modo da nascondere gli errori e fallimenti delle operazioni.
Basti pensare, ad esempio, a ciò che racconta il “Redattore Sociale” del 28 settembre scorso: «gli irriducibili di Piazza d’Armi (all’Aquila ndr) non lasciano il campo per non essere allontanati dalla città e che sono privi di qualunque forma di assistenza. Il giorno stesso, la Protezione Civile argomenta: “I supposti sfollati abbandonati nella ex tendopoli di Piazza d’Armi sono coloro che hanno rifiutato di lasciare l’area pur avendo avuto la certezza di sistemazioni alternative e molto più confortevoli”».
Intanto all’Aquila è emergenza umanitaria con migliaia di lavoratori senza più lavoro
Adesso nel capoluogo abruzzese fa freddo, la temperatura alla notte sfiora i -5 gradi. Si va verso l’inverno in tenda. In 6mila vivono ancora nelle tende, senza alcuna soluzione abitativa e dopo tante promesse. Poco meno di 2mila persone sono entrate negli alloggi del piano C.A.S.E. o nei M.A.P. La maggior parte degli aquilani sono sfollati altrove in attesa da mesi di rientrare.
«Da oltre sei mesi – dicono alcuni dei terremotati in un documento che è anche una richiesta di aiuto- viviamo in tenda, sopportando grandi sacrifici, ma con questo freddo rischiamo di non poter più sopravvivere. Se non accettiamo le destinazioni a cui siamo stati condannati (che sempre più spesso sono lontanissime) minacciano di toglierci acqua, luce, servizi. Oggi, più di ieri, abbiamo bisogno della vostra solidarietà. Gli enti locali e la Protezione Civile ci hanno abbandonati. Secondo le ultime notizie che ci giungono i moduli abitativi removibili che stiamo richiedendo a gran voce da maggio, forse (ma forse) arriveranno tra 45 giorni.
Oggi invece abbiamo bisogno di roulotte, camper o container abitabili e stufe per poter assicurare una minima sopravvivenza. Visto che le nostre richieste alla Protezione Civile e al Comune non sono prese in minima considerazione chiediamo a tutti i cittadini italiani un ulteriore sforzo di solidarietà. E abbiamo anche bisogno di non sentirci soli. Facciamo appello a tutti coloro che in Italia hanno dimostrato sensibilità a quanto qui è successo e continua ad accadere. A chi ha mantenuta alta l'attenzione sul dramma che ha colpito il nostro territorio e sulla gestione del post sisma.
Un’altra emergenza è cominciata oggi. Non dettata da catastrofi naturali ma dalla stessa gestione del post sisma, da chi questa gestione l'ha portata avanti sulla testa e sulla pelle delle popolazioni colpite».
Inoltre ricordiamo che dopo il 6 aprile scorso sono state 1500 le aziende che hanno dichiarato sospesa l’attività, mentre il paradosso per gli studenti universitari è che iscriversi è gratis, ma è impossibile capire dove alloggiare!
Per donazioni e contatti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ; tel. 3391932618; 3470343505.
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Riso Amaro
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