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Mosca, serve una nuova perestrojka

Politica e Beni Comuni

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Gorbaciov-Mikhail-megadi Mikhail Gorbaciov - 18 marzo 2010
La perestrojka, lanciata in Unione Sovietica 25 anni fa, è da allora oggetto di acceso dibattito. Che ora riprende quota, non solo per via dell’anniversario ma anche perché la Russia si trova di nuovo a fronteggiare la sfida del cambiamento. In momenti come questi è appropriato e necessario guardare indietro.





Abbiamo introdotto la perestrojka perché sia i nostri cittadini sia i nostri amministratori capivano che continuare così non era più possibile. Il sistema sovietico, creato nell’Urss con lo slogan del socialismo e a prezzo di enormi sforzi, perdite e sacrifici ha reso il nostro Paese una superpotenza con una forte base industriale. In condizioni estreme funzionava; in circostanze più normali ha condannato la nostra patria all’inferiorità. Questo era chiaro a me e agli altri dirigenti della nuova generazione, così come ai membri della vecchia guardia che tenevano al futuro del Paese. Mi ricordo la conversazione con Andrei Gromyko poche ore prima che il Comitato Centrale riunito in assemblea plenaria eleggesse il nuovo segretario generale nel marzo 1985. L’ex ministro degli Esteri conveniva sulla necessità di un cambio epocale e sul fatto che, per quanto i rischi fossero alti, era di vitale importanza procedere.

Chiedono spesso a me e ad altri leader della perestrojka se fossimo consapevoli del tipo di cambiamento a cui saremmo andati incontro. La risposta è sì e no: non del tutto e non immediatamente.

Era chiarissimo cosa dovessimo abbandonare: il rigido ed ideologico sistema politico ed economico; il confronto frontale con la maggior parte degli altri Stati del mondo; la corsa senza regole al riarmo. Rifiutando tutto questo ottenemmo il pieno consenso popolare mentre i funzionari che si rivelarono stalinisti duri a morire dovettero tacere e adeguarsi. Ben più difficile trovare una risposta alla domanda successiva: Quali erano i nostri obiettivi, cosa volevamo ottenere? Noi avevamo percorso un lungo cammino in tempi brevi: eravamo partiti dal tentativo di emendare il sistema esistente ed eravamo arrivati alla conclusione di doverlo cambiare. E tuttavia, sono sempre rimasto fedele alla scelta fatta in favore di un’evoluzione: un cambiamento che non avrebbe distrutto il popolo e il Paese e avrebbe evitato spargimenti di sangue.

Era una bella sfida attenersi a questo programma mentre affioravano conflitti vecchi e nuovi. Da un lato i radicali spingevano sull’acceleratore, dall’altro i conservatori ci mettevano i bastoni tra le ruote. Entrambi i gruppi hanno la maggior colpa per quanto è accaduto in seguito. Ma accetto la mia parte di responsabilità. Noi, i riformatori commettemmo errori che sono costati cari, a noi e al Paese. Il nostro più grave errore è stato intraprendere con troppo ritardo la riforma del Partito comunista. Era stato il partito a dare inizio alla perestrojka, ma presto divenne un ostacolo al suo progresso. I burocrati che ne erano a capo organizzarono il tentato colpo di stato dell’agosto 1991, che tagliò le gambe alla perestrojka. Agimmo con troppo ritardo anche nel riformare l’unione delle repubbliche che avevano fatto già molta strada nel corso della loro esistenza comunitaria. Erano diventati degli Stati a tutti gli effetti, con le loro economie e le loro élite. Dovevamo trovare un modo per garantire la loro sovranità nazionale all’interno di una unione democratica decentrata. Al referendum del marzo 1991 oltre il 70% della popolazione era a favore di una nuova unione di repubbliche sovrane. Ma il colpo di stato, che mi indebolì come Presidente, segnò il loro destino. Abbiamo commesso anche altri sbagli: presi nel vortice delle battaglie politiche perdemmo di vista l’economia e il popolo non ci ha mai perdonato la scarsità dei beni di prima necessità e dei minimi comfort di quei tempi.

Ma detto tutto questo e qualsiasi cosa ne pensi chi mi critica, quello che è stato ottenuto dalla perestrojka è innegabile. Da lì è passata la via per la libertà e la democrazia. I sondaggi confermano che anche i più critici verso la perestrojka e i suoi fautori - e in particolare verso di me - apprezzano le sue conquiste: l’abbattimento del sistema totalitario, la libertà di parola, riunione e fede; la libertà di movimento e il pluralismo economico e politico.

Dopo la fine della perestrojka e lo smantellamento dell’Unione Sovietica, i leader russi hanno optato per una versione «radicale» delle riforme. La loro terapia «shock» si è rivelata peggio della malattia che voleva curare. Molta gente è precipitata nella miseria; il divario nei redditi è fra i più ampi al mondo. Sanità, educazione e cultura subirono enormi decurtazioni. La Russia cominciò a perdere la sua base industriale diventando completamente dipendente dall’esportazione di petrolio e gas naturali. All'inizio del nuovo secolo il Paese si trovava in uno stato di collasso, a un passo dal caos. I processi democratici hanno sofferto di questo degrado nazionale. Le elezioni del 1996 e il trasferimento del potere a un «erede» designato nel 2000 sono stati atti democratici nella forma ma non nella sostanza. Da allora ho iniziato a preoccuparmi per il futuro della democrazia in Russia. Capimmo che in una situazione che metteva in forse la stessa esistenza dello Stato russo non era sempre possibile rispettare in modo formale le leggi: in alcuni casi un certo autoritarismo è necessario.

Ecco perché ho appoggiato Vladimir Putin durante il suo primo mandato presidenziale. E non ero il solo: era con lui dal 70 all’80% della popolazione e credo avessero ragione. Nondimeno, stabilizzare il Paese non può essere l’unico fine. La Russia ha bisogno di sviluppo e di riforme per diventare leader nel mondo globalizzato e interconnesso. Il nostro Paese non ha fatto un passo avanti in questa direzione negli ultimi anni, malgrado per un decennio abbiamo beneficiato degli alti prezzi delle nostre principali esportazioni, petrolio e gas. La crisi globale ha colpito la Russia più duramente di molti altri Paesi e la colpa è solo nostra. La Russia potrà progredire senza problemi solo seguendo un percorso democratico. E recentemente ci sono stati da questo punto di vista diversi passi indietro.

Il processo democratico ha perso mordente. In molti casi ha subito una involuzione. Tutte le decisioni di rilievo sono prese dall’esecutivo, il Parlamento si limita a un’approvazione formale. L’indipendenza dei giudici è stata messa in discussione. Non abbiamo un sistema partitico che dia la possibilità alla maggioranza di vincere lasciando alla minoranza la possibilità di esercitare un ruolo attivo e far valere la propria opinione. C’è la crescente sensazione che il governo sia spaventato dalla società civile e voglia controllare tutto.

Sono cose che conosciamo bene, le abbiamo già passate. Vogliamo tornare indietro? Credo che nessuno, compresi i nostri leader, lo desideri. L’insoddisfazione per questo stato di cose è diffuso a tutti i livelli. Percepisco allarme nelle parole del presidente Dmitry Medvedev quando si chiede, come ha fatto in alcune recenti dichiarazioni pubbliche: «Come può una economia primitiva basata sulle materie prime e su una corruzione endemica portarci verso il futuro?». Possiamo stare tranquilli se «l’apparato di governo nel nostro Paese è il più grande datore di lavoro, il maggior editore, il miglior produttore, giudice di se stesso, e, di per se stesso un partito e persino una nazione?».

Non si potrebbe dirlo meglio. Sono d’accordo con il Presidente e con il suo obiettivo, la modernizzazione. Ma non funzionerà se il popolo è tagliato fuori, se è considerato solo una pedina. Per avere persone che si sentono e agiscono da cittadini c’è una sola ricetta: democrazia, legalità e dialogo aperto tra il popolo e il governo. Quello che ci frena è la paura. Tra la gente come fra chi governa serpeggia il timore che la modernizzazione potrebbe portare all’instabilità e persino al caos. In politica la paura è una cattiva consigliera, dobbiamo superarla. Oggi la Russia ha molti cittadini liberi e indipendenti pronti ad assumersi responsabilità e a sostenere la democrazia. Ma molto dipende dai comportamenti del governo.

Tratto da: lastampa.it

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