Tutto è iniziato a metà dicembre, con l'annuncio che Gerhard Schroeder avrebbe accettato di presiedere il consorzio russo-tedesco "Ngep" che si incaricherà , insieme al gigante russo di Stato Gazprom, della costruzione entro il 2008 del più potente metanodotto mai realizzato in Europa, quello che, passando da San Pietroburgo direttamente sotto il mare del golfo di Finlandia, fornirà la Germania con un flusso medio stimato di circa 36 miliardi di metri cubi/anno.
 L'annuncio della scelta di Schroeder ha sollevato un vespaio di polemiche in Germania, sia da parte dei liberisti puri, che ci vedono un caso di "insider trading", dato che il via al consorzio Ngep era stato dato a settembre, quando Schroeder era ancora Cancelliere, sia da parte dell'ala sinistra dello Sdp e dei Verdi, che ci vedono un'intollerabile commistione tra politica e finanza.
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Stranamente, però, ha prodotto anche strani mal di pancia nella stampa anglosassone ed in Polonia. Perché? Le motivazioni addotte sono sempre quelle del presunto "insider trading" da parte di Schroeder, ma il motivo reale è che il percorso del metanodotto, passando sotto il mare, salterà proprio il territorio polacco, ritenuto ormai inaffidabile da quando il governo di quel Paese è entrato stabilmente nell'orbita di Washington. Il governo Schroeder aveva infatti compreso quanto fosse essenziale per la Germania che una così importante opera non transitasse per un Paese che potrebbe ricattarla, magari eterodiretto dagli USA, in caso di crisi politiche future, da non escludersi se la Germania ricominciasse a giocare un ruolo nella politica mondiale.
Un grave smacco per l'amministrazione americana, che si aggiunge a quello della sorte toccata alla società petrolifera Yukos, fatta fallire da un tribunale moscovita nel 2004 (ora in salde mani pubbliche) per bancarotta fraudolenta, con una pesante condanna dell'ex proprietario Michail Kondorowski, attualmente incarcerato, dopo che aveva accumulato un debito verso il fisco stimato in ben 24 miliardi di dollari. Prima di essere annientata, infatti, la Yukos era quotata ed aveva diversi azionisti americani che (guarda caso!) non si sono mai accorti dei miliardi di dollari che Kondorowskj portava in nero all'estero, sottraendoli al fisco e portando alla bancarotta la Yukos la quale, Bush sperava, sarebbe poi entrata a prezzi stracciati sotto proprietà a stelle e strisce.
Ma il bello è venuto dopo. Alla Vigilia di Natale la Gazprom, titolare di tutti i metanodotti che dall'Europa orientale riforniscono i Paesi occidentali, ha suonato la sveglia all'Ucraina di Yushenko, imponendo l'aumento del prezzo da 50 dollari ( meno di un quarto di quello di mercato) a 230 dollari per milione di litri. Come dire al governo ucraino: "Volete fare i filoamericani? Volete la rivoluzione arancione? Volete il mercato libero? Volete far entrare le truppe americane in Ucraina, alle nostre frontiere? Bene, cominciate a pagare come i Paesi occidentali il gas che vi forniamo." Lo schiaffo è ancora più sonoro se si pensa che la vicina Bielorussia, amministrata dall'amico Lukascenko, paga ancora il gas russo a 46 dollari per milione di litri e non sembra che la Gazprom intenda chiedere aumenti.
L'Ucraina dipende almeno per lo 80% delle sue forniture dal gas russo, per cui un ultimatum del genere ha messo nel panico Yushenko, che ha risposto scompostamente, minacciando di rubare il metano dai gasdotti che attraversano l'Ucraina per rifornire l'Europa occidentale e gettandone nella confusione i governi, quello italiano compreso. L'accordo che alla fine è stato raggiunto sancisce una sostanziosa vittori di Mosca.
Da questi avvenimenti recenti si scorge un Putin estremamente deciso a ridiventare un "global player" nella geopolitica mondiale usando le fonti energetiche, in luogo delle armi nucleari, come deterrente politico. Il messaggio rivolto alla cintura degli ex satelliti sovietici è chiaro: non potete fare una politica sfacciatamente antirussa e, contemporaneamente, pretendere che la Russia vi venda l'energia a prezzi politici, come quando eravate Paesi "fratelli".
Ma vi è un'altra notizia che, se confermata, renderebbe ancora più importante il ruolo di "global player" del Presidente russo.
Il governo iraniano del Presidente Ahmadi Nejad starebbe per accettare la proposta di Putin di far arricchire l'uranio, destinato alle centrali nucleari iraniane, direttamente in Russia e sotto il controllo delle autorità di quel Paese, di modo tale che la Russia stessa ne garantirebbe i quantitativi strettamente necesari per un uso pacifico, escludendo quindi che una parte di uranio venga immagazzinato per eventuali fini bellici.
Se Ahmadi Nejad accettasse veramente questa proposta, troncherebbe qualsiasi motivazione interventista e sanzionatoria degli americani, poiché non vi sarebbe arricchimento dell'uranio in Iran, e, allo stesso tempo, darebbe una sempre maggior forza al regime di Teheran, la cui esistenza è il vero motivo di tutte le azioni ostili americane (la futuribile bomba atomica iraniana è infatti un falso problema, come lo erano le armi di Saddam Hussein), poiché è uno dei pochissimi regimi ad opporsi a viso aperto alla politica neocoloniale di USA ed Israele nello scacchiere mediorientale.
Sarebbe, indubbiamente, un colossale successo per Putin ed un forte indebolimento dello strapotere americano in merito al controllo sulla distribuzione delle risorse energetiche e sui governi dei Paesi che le detengono.
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di Gian Carlo Caprino
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