Democrazia nella comunicazione
di Glauco Benigni - Megachip.
Nel mezzo del cammin di nostra vita... ci si può ritrovare all’interno di uno sterminato e buio labirinto. Si sale e scende lungo scale che portano al nulla, si finisce in tetri cul de sac e talvolta si precipita in trabocchetti abilmente mascherati. È il sistema di norme sulla Comunicazione in Italia: un’imponente struttura di regulation-deregulation che si è creata in anni di fantasiose visioni abortite e fotografie dell’esistente conclamate.
Da subito ci si rende conto dell’impossibilità di usare un qualsiasi Filo di Arianna o di tracciare una Rotta Certa che conduca ad un approdo. Da subito si intuisce che i criteri di vera democrazia evolutiva nel labirinto non hanno trovato attuazione. Un po’ ci si incupisce, salvo poi scoprire che la globalizzazione dei media il labirinto di norme lo sta realizzando in ogni nazione. Ma ciò non reca conforto.
Nel labirinto domina un rumore di fondo fatto di urla, proteste, gemiti e litanie e vi si muovono soggetti di natura molto diversa, i quali agiscono, talvolta con violenza, più spesso con arguzia e destrezza, sospinti da interessi sia leciti che illeciti e comunque molto contrastanti tra loro.
Tra questi brillano per la loro ingombrante presenza alcuni giganti multinazionali: sono News Corp. di Rupert Murdoch (in Italia, Sky), Google Inc., e la International Advertsing Agency (in Italia, Assap e IAB).
E i loro Consigli di Amministrazione e i loro manager, grazie a forme di seduzione di massa, hanno ridotto gli spettatori-utenti-consumatori-elettori, la cittadinanza insomma, a una “poltiglia” informe, confusa e inconsapevole, identificabile ormai in tre gruppi antropologici essenziali: gli «sprovveduti gaudenti» (la maggioranza silenziosa che vive di Derby e assiste al gioco antico dei Buoni e Cattivi), i «realisti-cinici-comprati», convinti che “chi prende il piatto ha ragione” e i «combattenti-resistenti» frazionati in varie formazioni partigiane.
Al di sotto del livello di azione predatoria delle multinazionali, di fatto protette dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, si muovono inoltre decine di emulatori grandi, medi e piccoli che intrecciano i loro interessi intermedi con quelli dei Giganti globali e comunque agiscono, anche loro, quasi sempre a discapito delle popolazioni locali.
Nel drammatico quanto goffo tentativo di uscire (o far finta di uscire) dal labirinto e dare una forma “sostenibile” alla deregulation, che imperversa in Italia sin dall’avvento della Tv commerciale, oggi tengono le mani sul timone della comunicazione tre diverse Autorità: la Commissione della UE che emana le direttive, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) e il Governo locale della provincia italica.
Orbene: il Governo locale è composto prevalentemente da uomini che rispondono direttamente a un premier il quale, a causa del suo conflitto di interessi (tra media e politica), ogni volta che fa emanare una norma sulla comunicazione, viene tacciato, più o meno giustamente, di attacco diretto ai suoi competitor, in quanto la sua posizione appare, e di fatto è, sempre e comunque ambigua. E quindi già questo basterebbe per affermare che il Decreto Romani (Schema di Decreto Legislativo recante attuazione della Direttiva UE) approvato dal Consiglio dei Ministri il 17 dicembre 2009, è inevitabilmente frutto di alcune forzature. Ma ahinoi, ciò non risolve.
Quindi proviamo a chiarire, e distinguiamo all’interno del Decreto per lo meno tre diversi ambiti:
a) il recepimento di una Direttiva, nota come 2007/657CE del Parlamento e del Consiglio, emanata l’11 dicembre del 2007 per modificare la precedente Direttiva del 1989, al fine di coordinare determinate disposizioni legislative , regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive .
b) il tentato intervento sui tetti della pubblicità, intesa quale risorsa strategica del sistema dei Media
c) il tentativo maldestro di regolamentare il difficile rapporto libertà/controllo nella Rete .
Nel primo ambito, sarebbe stato bello ottenere l’approvazione delle Camere e adottare la Direttiva e basta.
Ma... non poteva andare così.
Nelle pieghe della Direttiva si rinvenivano infatti una serie di nuove definizioni di concetti precedenti, tra cui: “servizio di media audiovisivo”; “comunicazione commerciale audiovisiva”; “responsabilità editoriale”; “fornitore di servizi di media”; “radiodiffusione televisiva” in qualche modo equiparabile anche a “live streaming” e “web casting”; “servizio di media audiovisivi a richiesta” , “inserimento di prodotti (product placement)” ; etc... e siccome “gli Stati membri sono liberi di scegliere gli strumenti appropriati in funzione delle loro rispettive tradizioni giuridiche e delle loro strutture istituite... il nostro Governo locale avrebbe colto in queste modifiche l’opportunità di forzare la mano sugli altri due aspetti della questione (pubblicità e libertà/controllo della Rete)
Al suo primo passaggio alla Commissione Lavori Pubblici del Senato, il 14 gennaio, è suonato però l’allarme rosso. Innanzitutto: “eccesso di delega”. Eppoi, sia per bocca di Vita, Gentiloni, Rao, Borghesi e Giulietti (tutti dell’opposizione), che addirittura per bocca di Barbareschi (maggioranza) è tuonato il “fermi tutti bisogna modificare lo schema”.
Sono seguiti giorni di fuoco e fiamme durante i quali sono intervenuti Dario Franceschini, Valentina Aprea e Mario Valducci. Nonostante il sottosegretario Paolo Romani abbia difeso strenuamente il suo decreto, si è concordato un rinvio sul parere.
In dettaglio le contestazioni investono 4 punti:
- le Quote di trasmissione di cinema e fiction indipendente più i diritti residuali;
- gli affollamenti pubblicitari sulle pay tv;
- i canali +1 o +24 che non andrebbero conteggiati nel tetto del 20%
- il “giro di vite sul web”.
Da tener presente che, sia sui diritti residuali, che sui canali +1 e +24, l’Agcom si era espressa in modo diverso dal Decreto. Quindi il presidente dell’Authority, Corrado Calabrò, si è molto innervosito e ha voluto precisare: «Ci sono aspetti che vanno riconsiderati in quanto non perfettamente coerenti con la Direttiva Europea... basta modificare un’espressione per rendere problematica l’applicazione» e poi ha anche aggiunto a proposito della Rete che «l’autorizzazione preventiva finisce per diventare un filtro».
Nessuno ha fatto notare che la stessa Direttiva Ue comunque appare formulata alla luce di uno spirito eccessivamente liberista e dunque orientata alla salvaguardia degli interessi dei soggetti commerciali e appare a sua volta parziale e ambigua. Ma che queste cose venissero notate e che ci si opponesse non c’era da aspettarselo.
Nel secondo ambito:
un tetto alla pubblicità sarebbe, non solo lecito, ma indispensabile.
Il fatto che il Decreto Romani si concentri prevalentemente su una riduzione per le tv a pagamento e quindi prevalentemente “contro” Sky-Murdoch offre purtroppo il fianco a considerazioni che in realtà al dunque sono fuori luogo.
Se infatti è vero che chi fa pay-tv, e chi soprattutto ha ottenuto la facoltà di gestire un decoder unico su un territorio importante come l’Italia, dovrebbe accontentarsi di 3 miliardi di euro che ogni anno sottrae al PIL italiano grazie agli abbonamenti, è anche vero che l’ultimo Consiglio dei Ministri che possa approvare una cosa del genere sarebbe quello del suo competitor Berlusconi. Rimane comunque il fatto che passare dal tetto annuo 18% al 12% nel 2012 non è un danno tale da far urlare allo scandalo alcuni Parlamentari dell’Opposizione, i quali appaiono in queste loro affermazioni obnubilati dalla cieca speranza che la difesa degli interessi di Murdoch consenta loro di battere (chissà quando) la maggioranza.
Nel terzo ambito, che è molto complesso, bisogna perlomeno distinguere i diversi ruoli in campo.
- Sul fronte dei Content provider esistono due macrodistinzioni:
a) gli established content providers (grandi e medi editori) che agiscono per guadagnare il più possibile;
b) la massa indistinta di UGC di base (i blogger, gli uploader di videoclip, minieditori, gestori di siti web fatti in casa, etc...).
I primi ovviamente DEVONO rispondere alle leggi sul Copyright, gli altri, come di fatto avviene da anni, risultano invece protetti dal Millennium Copyright Act del 1998 di Gore e Clinton, che consente grazie al fair use e al fair harbour di far circolare in Rete contenuti, anche non proprietari, a patto che non ci sia guadagno .
Altri ruoli che si confondono:
- i provider di piattaforme che consentono a ognuno di fare il proprio channel/pagina (per esempio Youtube o Facebook)
- i provider di capacità trasporto segnali (banda larga da rete telefonica ma anche da satellite). Ovvero (in Italia): Tiscali, Fastweb, Telecom, ma anche Eutelsat e Astra nelle zone rurali.
I primi fanno finta di non avere alcuna “responsabilità editoriale” e si sentono attaccati da norme restrittive. In realtà sono soggetti commerciali che usano sia i Contenuti Generati dagli Utenti sia in parte quello generato dagli Established Content Provider, per accumulare viewers, e nella tradizione di qualsiasi medium, infilare pubblicità a lato o dentro tali contenuti, esercitando in questo modo un ruolo di vero e proprio Editore (così come è stato menzionato in alcune sentenze di Tribunali francesi).
I secondi non hanno responsabilità editoriali, ma posseggono i nomi di chi ha richiesto e attivato la connessione.
Chiedere a questi due ruoli, come tenta di fare il Decreto Romani, il controllo preventivo affinché non si commettano reati, né violazioni del diritto d'autore, è una richiesta che non si può contrastare o risolvere a suon di battute tipo: “è come chiedere ai gestori delle autostrade di essere responsabili dei reati commessi dagli automobilisti”, perché purtroppo il problema non è così semplice e riduttivo. E si potrebbe rispondere con un’altra battuta: “i gestori delle autostrade non dovrebbero far circolare automobili senza targa o con targa che conoscono solo loro”.
Sulle autostrade infatti ci sono le pattuglie della Polizia Stradale, che ci piaccia o no, e allora se il Service provider non vuole essere responsabile, lui e gli stessi utenti tutti devono accettare un eventuale Pattugliamento digitale. Pattugliamento digitale che risulta impossibile quando il proprietario dell’account non è facilmente identificabile se non grazie alla fornitura di dati sensibili da parte dei gestori della banda e/o dei fornitori della piattaforma utile alla manifestazione del proprietario dell’account.
Ma, ovviamente il Pattugliamento digitale non piace al Popolo della rete. A nessuno piace essere controllato, specialmente se ciò evoca atmosfere da Big Brother. Ma sicuramente non piace soprattutto a quelli che usano la rete in modo illegale e improprio (pedopornografi, gestori di siti di E-commerce truffaldini, idioti jurassici che commettono piccoli e grandi reati con leggerezza, gestori di casinò on line, agenti al servizio di chissà chi, che grazie ad azioni digitali illecite e violente consentono al Potere di organizzare e tentare il Controllo in progress.) Purtroppo in Rete non ci vanno SOLO i bravi ragazzi e le Organizzazioni Umanitarie.
Però, dicevamo: “a nessuno piace essere controllato” anche se più tempo passa e più ci si rende conto che sfuggire al controllo diventa sempre più improbabile, o forse proprio nel tentativo di una disperata reazione, si leva alto e lamentoso, da dovunque, il coro di No all’Autorizzazione che consenta di identificare i responsabili di quanto circola in rete. E anche qui bisogna fare dei distinguo:
- perché i contenuti che favoriscono il commercio risultano tendenzialmente esenti da controllo? Perche’ la WTO vuole così
- perché invece i contenuti “di flusso su richiesta” (live streaming e webcasting), secondo la Direttiva e il Decreto Romani, devono essere equiparati alle tv? Perché così si può esercitare il diritto/dovere di rettifica e anche si possono controllare editori e responsabili della pubblicazione.
Poi ci sono i contenuti che appaiono all’interno delle Piattaforme 2.0 - Comunità. In questo caso l’Autorizzazione dovrebbero averla (o anche averla) Youtube e Facebook e altri soggetti simili? Ma, stranamente, l’Italia sarebbe la prima e unica nazione che chiede questo.
Uscire dal labirinto non sarà facile. Comunque tentiamo una prima sintesi del percorso (per il momento limitata solo ad alcuni cunicoli) e tracciamo alcuni profili degli abitanti del labirinto
- le Tre Autorità – UE , Agcom e Governo - hanno tre bussole diverse. Ma non basta : il Parlamento locale, in rappresentanza del Popolo Sovrano, avoca a sé il dibattito, peraltro dopo anni durante i quali ha fatto del suo peggio per non gestirlo. (Abbiamo avuto due anni di tempo per analizzare, approvare e recepire la Direttiva UE . Vedremo come andrà a finire stavolta .)
- I Grandi Soggetti multinazionali, per bocca dei loro lobbisti fanno circolare sdegnose affermazioni circa una presunta lesa Maestà e presunti attacchi a loro leciti interessi, che sinceramente, vista la loro tradizionale arroganza egemonica, fanno sorridere.
- I TV broadcaster del digitale terrestre colgono l’occasione per dire che manca un pezzo a quella che sembra la nuova regolamentazione dell’intero sistema e vogliono semmai che si chiarisca la gerarchia della numerazione dei canali (LCN – Logical Channel Number).
- Alcuni deputati della maggioranza prendono le distanze dal decreto del loro viceministro Romani.
- Il Presidente della Camera chiede tempo alla UE che nel frattempo minaccia sanzioni.
- I grandi gruppi editoriali nazionali non si pronunciano, in realtà anche perché vedono favorevolmente una riduzione del tetto della pubblicità sulle pay-tv sperando che il surplus in eccesso finisca a loro. E questo loro atteggiamento lascia gli italiani in una situazione di pessima informazione che viene colmata da una ridondanza di commenti in rete, i quali però, a parte poche eccezioni, sinceramente appaiono spesso un po’ confusi perché sostenuti più dalle emozioni che non dall’analisi della cruda realtà dei fatti.
- I pubblicitari (truci e crudeli), responsabili del gettito di una delle grandi risorse del sistema, come sempre osservano cinicamente la scena in attesa di offrire fiches sempre più piccole ai sopravvissuti alla battaglia e gongolano, questo sì, perché il dibattito, già da loro orchestrato in passato, continua ad essere SOLO sulla quantità di pubblicità e perché hanno creato un Tabù tale che nessuno capisce che i nodi da sciogliere sono invece altri:
- “Quanto gli Inserzionisti dovrebbero pagare gli spazi”
- il Costo Contatto dovrebbe essere un valore imposto sul territorio dalle Autorità locali e non un valore derivato dalla contrattazione di mercanti (concessionarie di Tv commerciali e agenzie di pubblicità)
- (e soprattutto) i Soggetti che non producono sul territorio dovrebbero pagare gli Spazi più di quelli che invece generano occupazione produttiva e pagano le tasse sul territorio stesso . E non ci si venga a dire che le Multinazionali, anche se travestite con le loro sigle Italy, pagano le tasse su tutti i loro proventi realizzati in Italia, perché è stato ampiamente dimostrato il contrario in diverse sedi e occasioni.
- Le associazioni dei Consumatori, fra cui in primis, Adiconsum, giustamente chiedono che la pubblicità nelle pay tv sia ridotta a zero. Ma tutti i piccoli Sat-Tv imprenditori/commercianti, che sono finiti nel bouquet di Murdoch, tremano all’idea di ridurre i loro fatturati, che in realtà non faranno comunque mai.
E veniamo al popolo del Web. L’adorato, spesso anarco-consumista ingenuo popolo del web, come una sterminata tribù pellerossa o Maori, continua ad essere gestito come massa di manovra (come del resto succede con l’audience tv). Quanti individui nella massa Web, privi di alcune consapevolezze fondamentali!
- Mai viene loro chiarito che soggetti come Google o Facebook non sono la mamma digitale che amorevolmente li accompagna nei primi passi nel Cyberspazio;
- Mai viene spiegato che quando gli utenti web chiedono di aprire un account o chiedono un collegamento alla banda larga in realtà sottoscrivono un accordo con un soggetto di trading (un mercante di grafica e software digitali o un mercante di bit&bytes) e non con un soggetto avente un’etica da servizio pubblico;
- Mai si spiega che comunque si tratta di un soggetto che dei loro sbandierati Diritti è pronto a fregarsene non appena gli farà comodo.
E a quel punto, come del resto già avviene ampiamente, chi difenderà gli Utenti di Base?
Forse i Parlamentari dell’Opposizione italiana schierati a difesa di Murdoch e Google ? Forse i liberisti integralisti che si schierano oggi contro qualsiasi regolamentazione senza rendersi conto ( ma è strano che non se ne rendano conto) che l'anarco-liberismo della rete non è uguale alla Libertà d’Espressione della quale parlano i Padri Costituzionali.
Perché non si ammette che una Costituzione scritta 60 anni fa non poteva prevedere che la Libertà di Espressione doveva essere coniugata, e fare i conti, con la Libertà di Distribuzione e Diffusione dei Messaggi e che tale facoltà è solo in apparenza concessa agli Utenti di Base del Web ?
Allora. Che fare?
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Riso Amaro
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